La sabbiera
A cura di Chiara Balloni

Il Sand Play, il gioco della sabbia, fu originariamente introdotto nell’ambito del lavoro analitico con bambini dalla psicologa zurighese Dora Maria Kalff, allieva di Jung, a metà del secolo scorso. Con la sua tecnica la Kalff analizzava i bambini per aiutarli nel consolidamento della personalità.
Il filo conduttore di questa forma di terapia è il concetto di “spazio libero” e nello stesso tempo “protetto” (Kalff, 1966), riconducibile al termine alchemico di temenos, un luogo dove possono essere riunite tutte le parti scisse della personalità e dove si possono sperimentare nuove possibilità e scoprire una nuova dimensione di sé. All’interno di uno spazio contenitivo il paziente ha la possibilità di prendere contatto con se stesso.
Questo metodo è un’originale applicazione del pensiero e della pratica junghiana alla psicoterapia dei bambini, ma si presta a significativi sviluppi anche al di là del suo tradizionale impiego in ambito analitico junghiano. Può essere considerato da più punti di vista, a partire dal suo stesso valore ludico, come modalità di rappresentazione non verbale, come test proiettivo (non standardizzato), come alternativa “psicodrammatica” alle libere associazioni.
Il materiale necessario a lavorare con questo metodo consiste in una stanza con delle scaffalature in cui vengono ordinati numerosi oggetti in miniatura (esseri umani, animali, case, mezzi di trasporto, alberi…). Questo materiale viene scelto liberamente dal paziente e disposto dentro una cassetta di legno riempita di sabbia di dimensioni corrispondenti al campo visivo del bambino (cm 57x72x7). Il fondo è dipinto di azzurro in modo tale che basta spostare la sabbia per far emergere l’acqua.
Il lavoro, non essendo verbale, si presta al trattamento analitico di bambini, adolescenti e anche adulti, specie quando la via verbale non permette di esprimere adeguatamente i propri disagi o in una prima fase in cui prevale il pensiero concreto e la capacità simbolica è carente.
Tra tutti gli oggetti a disposizione il soggetto sceglie quelli che costituiscono delle immagini significative e che rappresentano, in quel momento, il “linguaggio” della sofferenza psichica, inesprimibile verbalmente. In questo modo, contenuti distinti e confusi possono trovare una chiarificazione attraverso una raffigurazione visibile.
Il “quadro” che ne scaturisce è una sintesi di interno ed esterno, mediata da un’area intermedia, un “terzo spazio”. La scena costruita sulla sabbia diviene il rispecchiamento di sé, della propria storia. Avviene un qualcosa di analogo allo stadio dello specchio in cui il bambino rispecchiandosi nella madre si riconosce attraverso il riconoscimento della madre che lo guarda: il paziente durante il suo gioco fa l’esperienza insolita di un adulto che lo guarda, che lo osserva empaticamente riuscendo a dare senso a ciò che sta accadendo. Tutto ciò attiva delle trasformazioni emotive che vanno a illuminarne il vissuto e la comprensione.
Riletto secondo il linguaggio bioniano, come le madri, nella funzione specchio, rimandano indietro al figlio le sue emozioni in forme modificate, pensate, così il terapeuta non si limita a funzionare come contenitore asettico, ma, attraverso la funzione di reverie, trasforma gli elementi beta del paziente contenuti nella scena costruita sulla sabbiera in elementi alfa, rendendo quindi riconoscibili e pensabili le emozioni trasmesse dal paziente attraverso le immagini.
L’affermazione di Yung: “Spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente” mi sembra riassumere quale può essere l’uso della sabbiera in ambito clinico. E se è vero che le mani parlano, e a volte parlano più chiaramente delle parole, è anche vero che bisogna pure saperle ascoltare. L’analista deve essere formato all’ascolto, un ascolto non semplicemente uditivo, ma che permetta un reale incontro emotivo.
La sabbiera, come accade nell’attività ludica in generale, diventa quindi un potente strumento per rappresentare i propri contenuti affettivi ed emotivi, il proprio mondo interno. La sabbiera diventa un contenitore di oggetti simbolizzati, una diretta e immediata espressione dei processi inconsci. Per usare le parole di Winnicott, una sorta di esperienza transizionale, ponte e raccordo tra due mondi, quello interno della realtà soggettiva e quello esterno della realtà oggettiva. La scena che si viene a creare sulla sabbia non è tanto una copia della realtà vissuta quanto una interpretazione rielaborata attraverso il filtro delle emozioni.
Per concludere, la scena che prende forma sulla sabbia, essendo creata utilizzando degli aspetti simbolici che spesso sfuggono alla censura della coscienza, è una rappresentazione dell’inconscio, una proiezione del mondo interiore, alla stregua del sogno.